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Cosa hanno in comune una mazza da baseball e una Gibson Les Paul Jr. TV Yellow del ‘55, col suo caratteristico colore giallo brillante? No, non è il legno con cui sono entrambe fabbricate, ma Sua Maestà Johnny Thunders – all’anagrafe John Anthony Genzale Jr., nato a New York il 15 luglio 1952. Già perché Johnny, prima di diventare un’icona maledetta del rock’n’roll, è stato un ragazzino italoamericano del Queens che sognava di diventare una star del baseball.

Da quando ha otto anni John Anthony ha un solo pensiero: emulare il suo eroe Mickey Mantle, leggendario esterno e prima base dei New York Yankees. Sua mamma invece lo vorrebbe tra i chierichetti che assistono il parroco, ma il giovane è refrattario. Ad allontanarlo dal baseball sono però i dischi della sorella maggiore Marion: roba come Gene Vincent, Eddie Cochran, le Shangri-Las e i Rolling Stones. Da questi ascolti nasce la passione per la musica che porta Johnny a mollare lo sport per dedicarsi alla sei corde, entrando nella sua prima band – i The Reign, un gruppo di ragazzini alle primissime armi. “Ho sempre voluto essere un chitarrista. In realtà all’inizio volevo essere un batterista, ma non riuscivo a tenere un tempo. Chi mi ha influenzato? Gente come Hubert Sumlin (è il chitarrista di Howlin’ Wolf), Steve Cropper, Freddie king, Keith Richards”.

L’occasione per realizzare i sogni rock’n’roll adolescenziali di Johnny arriva nel 1969 quando si concede una vacanza inglese: “Partii con la mia compagna per andare a vedere cosa succedeva laggiù. Ho visto una sessantina di gruppi dal vivo e sono rimasto per tre mesi, più o meno: i Tyrannosaurus Rex al Roundhouse, gli Steamhammer e un sacco di artisti incredibili come i Free, Terry Reid (che era uno dei miei idoli) e Jackie Lomax – il suo primo disco è uno dei miei album preferiti”. Ma anche negli USA si stanno muovendo fermenti interessanti, come gli Stooges e gli MC5 – questi ultimi tra i favoriti del giovane Genzale.

Too much, too soon

Al ritorno a New York prende a frequentare il mitico Max’s Kansas City – che vanta una clientela di vip devastati come Truman Capote, Andy Warhol e Alice Cooper – e il Nobody’s. Johnny (che ora si fa chiamare Johnny Volume) ha iniziato a suonare negli Actress, insieme ad Arthur Kane, Rick Rivets e Billy Murcia; proprio durante le sue scorribande tra i tavoli del Nobody’s, conosce David Johansen, un tizio che si atteggia a cantante rock’n’roll che viene arruolato negli Actress. Dopo poco Rivets viene sostituito da un ragazzo ebreo di origini egiziane che si fa chiamare Sylvain Sylvain: è nato il nucleo originale dei New York Dolls. Basta un cambio di nome, un nuovo pseudonimo per Johnny – che diventa Johnny Thunders (c’è chi dice per via di un fumetto, ma il diretto interessato in un’intervista al gusto eroina spiega a Nina Antonia, la sua biografa ufficiale: “Da bambino volevo fare il pilota di auto da corsa, mi sa che l’ho preso da lì o qualcosa del genere”) – e il gioco è fatto.

I New York Dolls sono speciali. Oltraggiosi, ambigui, predatori, divertenti, glam, intrisi di rock’n’roll di quello che ti fa muovere le chiappe con una birra perennemente in mano. Qui Johnny, insieme ai suoi degni compari, sfoga il suo sogno adolescenziale da rocker: posa sfacciato per le ragazze mentre suona, diventa un dio del rock sotterraneo – di quelli che sguazzano in mezzo ad alcool, donne e droga, ma non hanno un centesimo e mangiano una volta al giorno. Coi Dolls, nell’arco di soli due album e sei anni di esistenza, questo giovanotto del Queens diviene una specie di leggenda per molti ragazzi che finiranno in gruppi come Sex Pistols e Clash.

Se coi New York Dolls inizia la sua ascesa verso l’Olimpo del rock’n’roll, contemporaneamente comincia la calata verso gli inferi. Già, perché tra luglio e agosto del 1973 Iggy Pop coi suoi Stooges è a New York e fa amicizia con Johnny, suo grande fan. È proprio dall’Iguana che Thunders apprende i rudimenti dell’insana passione per l’eroina. Leee Black Childers: “Iggy mirava a introdurre la gente all’eroina. Non so di preciso che motivazioni avesse, ma avendo vissuto con lui per otto o nove mesi l’ho visto farlo più volte… gli dava qualcosa a livello mentale, direi che era quasi come il sesso”.

Nel 1974 però la band si trascina ormai stancamente; l’interesse di stampa e pubblico è scemato e nemmeno l’intervento di Malcolm McLaren (futuro deus ex machina dei Sex Pistols) ne risolleva le sorti; anzi, proprio durante un tour delirante in cui la band si presenta sul palco in tutine di cuoio rosso e con bandiera comunista alle spalle, Johnny Thunders e Jerry Nolan mollano tutto per tornarsene a New York.

[di Andrea Valentini – foto via YouTube – continua con la parte 2]