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Dal Rolling Thunder Revue a Desire, la rinascita sotto la maschera

[di Federico Pucci – articolo integrale pubblicato su Vinyl n.10]

«Cos’è rimasto di quel tour? Niente. Solo la cenere».
Mentre tira le fila del Rolling Thunder Revue, parlando con Martin Scorsese nell’omonimo documentario Netflix sulla storica tournée del 1975, Bob Dylan pronuncia quelle che sembrano parole amare.
Sono le considerazioni che un poeta romantico come Percy Bysshe Shelley avrebbe potuto scrivere contemplando le rovine di un’antica città, meditando sul modo in cui mito e storia si confondono se fra oggetto e osservatore si frappongono grandi distanze.

La genialità di artisti come Dylan e la grandezza della musica popolare in generale, è creare miti istantaneamente: la distanza ne accresce la portata, ma i crismi sono già lì.
Un mito è l’incidente in motocicletta del 1966 che stese Dylan, e privò i palchi del Pianeta del più grande fenomeno pop dopo i Beatles.
Un mito sono le sessioni improvvisate in uno scantinato a nord di New York, un anno dopo, quando Bob e la futura The Band avrebbero in modo carbonaro reinventato il folk e il rock (l’avrebbero testimoniato poi i Basement Tapes).
Un mito è il Rolling Thunder Revue: non solo il tour che nell’autunno del 1975 avrebbe riportato a suonare dal vivo il più grande dei trovatori contemporanei, ma l’evento fondativo della seconda metà della sua carriera.

Osservando la discografia di un artista gigantesco è facile perdere i particolari umani.
Se ci si avvicina, magari con l’aiuto di un testimone come il giornalista Larry “Ratso” Sloman, che coprì quel tour per «Rolling Stone», i frammenti diventano dettagli di un film biografico.

Il primo dettaglio è il disastro coniugale che aveva infuso amarezza nelle ballate di Blood on the Tracks.
Poi viene la nostalgia di quando si regnava nella scena di artisti e spiantati di New York e la voglia di tornare a riaffermare quel diritto regale.
Ecco, allora, Dylan che ricomincia a frequentare il Village e arriva a spingersi nella nuova zona losca e vivace di Manhattan, quella Bowery che sarà patria del punk.
Ecco il menestrello che torna a chiamare a raccolta il suo popolo, per scrivere insieme un nuovo inno.

Il desiderio di tornare nell’arena arriva in un momento storico nel quale l’America aveva un disperato bisogno di miti fondativi o rifondativi.
Gli Stati Uniti sono usciti dall’incubo del Vietnam e della presidenza Nixon: due eventi che hanno cancellato l’innocenza dagli occhi di chi aveva visto gli anni ’60.

Se l’America è la terra che non smette mai di nascere, nel 1975 ci sono seri rischi che muoia. L’idea di Bob è recuperare una fiammella di stupore e innocenza. Ma non di verità: quella è andata perduta nel Watergate, nelle stragi, nelle campagne di bombardamenti come quella chiamata – per puro caso – Rolling Thunder.

Non c’è stupore maggiore di quello indotto da un buon racconto e nessuno inventa storie come Bob Dylan. Ma ogni storia ha bisogno di un popolo e il popolo di Dylan è composto da figure convinte che la verità di una canzone non risieda nell’attendibilità dei fatti.

Girano i nomi di Patti Smith e Bruce Springsteen, ma ci vuole ben più che un ensemble di artisti per seguire quel capocomico. Con l’aiuto di Bob Neuwirth, la compagnia girovaga prende forma: c’è il poeta Allen Ginsberg, ispiratore e amico; c’è Joan Baez, un tempo compagna di vita e di canzoni e di nuovo complice; c’è Roger McGuinn, che con i Byrds aveva reso pop Mr. Tambourine Man e ora vive quasi nell’oblio.

Tra voci e personaggi del folk di ieri, si notano figure di oggi, talvolta lontane: Mick Ronson, che come chitarra degli Spiders From Mars aveva fatto la sua rivoluzione altrove; la sconosciuta violinista Scarlet Rivera, trovata in giro per New York da Dylan; a un certo punto si unisce anche Joni Mitchell. Tutti responsabili di un evento in cui messa in scena e verità devono confondersi, come si sarebbe visto – con grande fatica – nel film-concerto Renaldo And Clara.

[foto Facebook Bob Dylan, di Ken Regan / continua con la seconda parte domenica 13]